Händel nel reality show
all'Opera di Roma 
A uno sguardo superficiale la disputa fra Bellezza, Piacere, Tempo e Disinganno appare distante dalla sensibilità moderna. A ben vedere, invece, il libretto confezionato dal cardinale Pamphilj per Il trionfo del tempo e del disinganno dona umanità alle quattro figure allegoriche, mentre la musica di Händel riesce nell'arduo compito di infondergli l'anima. Lungi dal restare incagliato sulle sponde di un'algida compostezza, l'oratorio vergato dal giovane sassone durante il suo soggiorno romano è opera fresca e intrisa di poesia. Merito di Robert Carsen aver costruito una drammaturgia credibile e costantemente aderente al testo, fornendo ritmo teatrale a una vicenda sostanzialmente statica e tutta giocata sull'interiorità. Lode al Teatro dell'Opera di Roma per aver programmato questo spettacolo andato in scena nel 2021 al Festival di Salisburgo. Peccato solo che il pubblico della Capitale, almeno in occasione della recita di sabato 11 aprile, non abbia risposto numeroso come l'occasione avrebbe richiesto. Durante l'ouverture, sorta di concerto grosso nello stile di Corelli, ricchissimo nella strumentazione e di inusitata fantasia timbrica, le immagini della “grande bellezza” di Roma saturano lo schermo. La riflessione sulla caducità dell'apparenza estetica trova ambientazione contemporanea fra le luci di un talent show. Dopo aver firmato un vero contratto, sorta di moderno patto faustiano, la Bellezza si trova alla mercè del Piacere, che la conduce negli abissi del vizio, fra visioni orgiastiche e paradisi artificiali. Lo specchio viene sostituito dal telefonino, simbolo di vanità, e dalla diabolica dinamica dei selfie. Le seduzioni dei social e delle copertine delle riviste di moda appaiono come l'unica realtà possibile. La cultura dell'apparire celebra il proprio effimero trionfo. Un sensuale dj arriva a possedere fisicamente la Bellezza, mentre intorno impazza il caos di una discoteca. A tale proposito particolarmente curati appaiono i movimenti coreografici pensati da Rebecca Howell, così come esteticamente appropriate sono le scene ed i costumi di Gideon Davey.
Nella prima parte, Carsen riesce a gestire egregiamente la dialettica fra il mondo illusorio e colorato dello spettacolo e quello della inevitabile realtà. All'improvviso tendaggi neri oscurano la scena, mentre il Tempo addita la tomba come fine ultimo dell'esistenza. Fiori dapprima vivi e subito preda della decomposizione, efficaci le proiezioni di Rocafilm, esplicitano il nucleo del testo. Nella seconda parte il quadro si fa più cupo. Il Piacere cerca di riconquistare la fiducia della Bellezza, invano. Questa, abbigliata in sottoveste e a piedi scalzi come una penitente, incontra il proprio io di bambina e la sua futura vecchiezza, in una scena di toccante emotività che rievoca la tradizione pittorica delle tre età dell'essere umano che dal Rinascimento, si pensi a Giorgione, viene traghettata nella modernità, e qui il riferimento a Klimt è d'obbligo. Un grande specchio riflette il teatro, idea non originale ma di indubbia efficacia, mentre proiezioni di volti fanno precipitare lo spettatore nell'abisso della caducità. Gianluca Capuano coglie tutte le innumerevoli sfumature di una partitura che, oltre agli influssi italici, evidenzia prestiti da numerosi compositori come Reinhard Keiser, trasfigurati alla luce di una peculiare creatività. La sua lettura appare mossa, frastagliata, in grado di delineare con assoluta efficacia ogni ambito emozionale. Peccato solo per i dolorosi tagli operati nella seconda parte, mentre la trasformazione dell'aria del Disinganno “Se la bellezza” in un duetto si rivela efficace dal punto di vista espressivo. Riguardo il cast Raffaele Pe, vero beniamino del pubblico romano, dona melanconici accenti al Disinganno, mediante una linea di canto sorretta da esemplare musicalità e ammirevole limpidezza vocale. Come un serioso psicanalista costringe la propria paziente, la Bellezza, a una seduta dalla quale uscirà mutata per sempre. Travolgente Anna Bonitatibus nel ruolo del Piacere, abbigliata in tailleur rosso fuoco, insinuante nell'accento e folgorante nelle ardue colorature imposte dalla scrittura. A lei è affidata l'aria più celebre, “Lascia la spina, cogli la rosa” che ritroveremo nel successivo Rinaldo con un nuovo testo, momento di commozione assoluta. Un gradino al di sotto la Bellezza di Johanna Wallroth, avvenente soprano svedese dalla voce esile ma molto ben governata, a proprio agio nelle agilità. Virtuosismi sui quali cade invece Ed Lyon nell'aria “È ben folle quel nocchier”, risolta in maniera approssimativa e imprecisa. Altrove, invece, il tenore britannico si muove con maggiore disinvoltura. Applausi convinti da parte del pubblico presente. Riccardo Cenci
15/4/2026
La foto del servizio è di Fabrizio Sansoni.
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