RECENSIONI
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direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 


 

Ubriaconi, emarginati e cavalieri

I cavalieri di Ekebù è una delle creazioni più sottovalutate, indecodificate e rimosse del melodramma italiano del Novecento: una tappa nell'iter creativo di Zandonai che, in questo musicista a mezza strada tra accademismo e soggettivismo, fedeltà allo Zeitgeist e tensione a percorrere strade nuove, avrebbe fatto pendere il piatto della bilancia verso la seconda delle due polarità. Non è andata così. Nell'immaginario collettivo Riccardo Zandonai è rimasto il compositore della Francesca da Rimini, l'autore che – a prezzo di un'inevitabile ridondanza – ha messo in musica versi già intrinsecamente musicali come quelli di D'Annunzio, l'operista che privilegia la fattura sull'ispirazione shakerando decadentismo e tardoverismo, un wagnerismo alleggerito e un debussysmo di riporto. Come vari altri suoi colleghi della generazione postpucciniana, d'altronde.

Nel 1925, gli Ekebù formalmente ribadirono questo quadro e nella sostanza l'hanno contraddetto. Un soggetto visionario (dunque lontano dalla dimensione estetizzante dannunziana come da quello realistico-verista), picaresco e ribaldo (ancorché purgato, nel libretto, con qualche affondo perbenista), socialista-utopista (le ferriere come falansterio e rifugio per emarginati), d'un cristianesimo tanto più eterodosso quanto più imbarazzante, con quel protagonista sacerdote alcolizzato espulso dalla chiesa. Commediografo e giornalista, Arturo Rossato serve Zandonai molto meglio di D'Annunzio: seleziona dal romanzo-fiume di Selma Lagerlöf che funge da fonte letteraria (La leggenda di Gösta Berlin, 1891) quanto effettivamente strategico per un adattamento operistico; crea un'intelaiatura polifonica che offre il destro per ricavare due veri e personaggi pure dall'orchestra e dal coro; dipana una sceneggiatura composita ma non disuguale, supportata da una versificazione fertile di assonanze e allitterazioni. E se Rossato paga dazio al satanismo d'antan inserendo un personaggio sulfureo che è il tassello più obsoleto dell'impianto, consente anche a Zandonai di creare con la Comandante – in fondo la vera mattatrice dell'opera – uno delle figure femminili più eccentriche e anticonformiste del nostro teatro lirico.

Tra omaggi espliciti (la ferriera sulla falsariga del Nibelheim nell'Oro del Reno, i cavalieri-operai riecheggianti i minatori della Fanciulla del West ) e rimandi meno palesi (sparse citazioni pucciniane, un padre malvagio che sembra discendere dalla Wally ...), Zandonai mette in musica quella che poteva essere la propria pietra angolare, ma venne considerata solo un'opera di passaggio. E da questa saga picaresca scandinava, anziché iberica, trae una partitura dalle sonorità ora crude ora pulviscolari, d'incalzante percussività e penetrante colorismo, sinfonica nell'impianto ma orecchiabilissima negli affondi corali. Nonché – come nella Francesca da Rimini – con un trattamento delle voci all'insegna di un verismo forse non del tutto sincero, o che almeno rappresenta l'aspetto più convenzionale del lavoro.

Solo una bacchetta in totale empatia estetico-psicologica può, di volta in volta, riportare in piena luce le potenzialità di questo capolavoro mancato: Toscanini, che sancì il trionfo, presto rimosso, della première; De Fabritiis, che – complici Mirto Picchi e Gianna Pederzini – ne rinnovò fugacemente la fortuna nel dopoguerra; Gavazzeni, l'ultimo in ordine di tempo ad aver creduto in una Ekebù renaissance. Francesco Rosa non può competere con tali nomi, ma gli va dato atto di aver amministrato con mestiere e sicurezza questa riproposta al Teatro Zandonai di Rovereto (la bella città trentina che diede i natali al compositore), programmata nel festival Progetto Opera dell'associazione musicale Euritmus. Potendo contare su una valida orchestra (la Sinfonica delle Alpi, con ottime prime parti) e un coro non altrettanto preciso, ma capace di ricavare sonorità insospettabili per un ensemble di ranghi ridotti (la Corale Lirica Ambrosiana), sigla una lettura equilibrata e mai superficiale: orchestrazione postromantica e timbrica impressionista convivono senza giustapporsi, certi effetti onomatopeici – Zandonai è sensibile alla musa più dell'allusivo che dell'esplicito – vengono restituiti con una precisione scevra da calligrafismi. E benché il teatro appaia sprovvisto della buca, gli strumenti non sovrastano le voci: grazie a cantanti notevoli quanto a volume e proiezione, ma anche per l'assennato bilanciamento impresso dal direttore.

David Baños è tenore squillante e dalla generosa intensità sonorità, eppure capace – al contempo – di restituire un personaggio amaro, sarcastico, autodistruttivo, interiorizzato: una rivelazione. Analogamente, sono una felice sorpresa le protagoniste femminili. Maria Ermolaeva piega a fini espressivi il suo strumento un po' disomogeneo, trovando proprio in certe disuguaglianze di timbro e colore le contraddizioni che lacerano l'animo della Comandante. Ne scaturisce un'interpretazione perfettibile – certi affondi contraltili suonano ancora un po' fragili – ma già straordinariamente matura: il ritratto di una donna che ha conosciuto le illusioni della giovinezza e le disillusioni della vecchiaia, senza che una stagione della vita cancelli l'altra, anzi emulsionandoli in un medesimo caleidoscopio femminile. E se davanti a due personaggi così singolari il ruolo di Anna appare un po' schiacciato, colpiscono anche le risorse di Clementina Regina: un soprano dalla vocalità densa e ombreggiata, lirico per psicologia e drammatico per colore, portatrice di una femminilità rassegnata ma mai inerte.

Completano il quadro la baritonalità a tratti pallida, ancorché corretta, di Daniel Ihn Kyu Lee e la diabolicità più affettata che partecipata del basso Andrea Tabili. Per contro, Lee Eunchan si rivela “secondo tenore” di mezzi ragguardevoli; Francesco Palmieri pennella ad arte il suo personaggino di marito spregiudicato nell'intimo, ma inflessibile nel preservare la rispettabilità borghese; e, nella fugace apparizione dell'ostessa, anche Maria Salvini è una presenza canora che lascia il segno.

Paolo Patrizi

28/4/2026

La foto del servizio è di Gianluca Rovro.