IL CAPPELLO DI PAGLIA DI FIRENZE ANZI DI… CAGLIARI
Straripante il genere del Vaudeville anima, per non dire inonda, l'Ottocento teatrale francese, sul quale sovrasta l'infaticabile Eugène Labiche (1815 – 1888), che, da solo o assieme ad altri (tra costoro l'omonimo Scribe), se ne ritagliò la porzione leonina. Così lo sintetizza il Larousse Mini 2008 : «comédie légère fondée sur l'intrigue et le quiproquo». Quando nell'estate del 1851 manda in scena Un chapeau de paille d'Italie - frutto di una collaborazione con Marc-Michel - Labiche ha al suo attivo un buon numero di lavori teatrali, ma, malgrado la sua popolarità, i timori della vigilia non lasciano presagire l'immenso successo scaturito. Alla prima delle oltre trecento rappresentazioni iniziali uno spettatore addirittura morì ridendo! Da vaudeville di situazione questo Chapeau lo diventa di movimento, che ne scatena l'inarrestabile dinamica. La vicenda, da perfetta opera comica, si snoda attorno a un'esilarante serie di equivoci per risolversi nei minuti finali.
Al libretto singolarmente “passatista”, concepito da Nino Rota e dalla madre Ernesta Rinaldi attorno al 1945 - quindi nell'immediato dopoguerra cogli orrori ancora tangibili – si potrà perdonare lo spirito di favola nostalgica evocato (con reminiscenze dello Schicchi pucciniano, se non di Tutti in maschera di Carlo Perdotti). L'opera debuttò a Palermo nel 1955 e nel Mezzogiorno il lombardo Rota (1911-1979), multiforme compositore felice anche di colonne sonore di film celeberrimi, tenne a battesimo la predilezione poi didattica per il Sud, della Puglia in particolare (un suo prestigioso allievo fu il direttore barese Bruno Campanella scomparso nei giorni scorsi).
Concentrata nel breve spazio di due ore e mezza di spettacolo, la vorticosa girandola di personaggi, variopinti alla stregua dei suggestivi nomi, sballottati nelle otto carrozze di un corteo nuziale di provincia, non dà loro tregua come agli spettatori. Il linguaggio musicale si fa, ora carezzevole, languido e stuzzicante, ora sollecito e sbrigativo, nell'inseguimento beffardo dell'introvabile cappello di paglia della fedifraga Anais, col gelosissimo consorte in agguato, cappello che salterà fuori come per miracolo nell'happy ending indispensabile tra i tarallucci e vino che toccano a tutti. L'andirivieni dei provinciali per le vie di Parigi li farà sbarcare nel laboratorio di una modista rinomata e poi nel salone di un'arcisofisticata baronessa e infine in un posto di guardia scalcinato.
L'orchestra del Teatro Lirico di Cagliari affidata alla competenza di Valerio Galli ed il Coro versatile della Casa diretto da Massimo Fiocchi Malaspina hanno meritevolmente contribuito al successo. I numerosi interpreti, che varrebbe la pena di nominare uno per uno, si sono avvicendati instancabili.
L'allestimento di Damiano Michieletto è agile e scorrevole, come le pareti interscambiabili degli ambienti proposti, come i movimenti ben coordinati dei vari personaggi. Uno spettacolo godibile per gratificare appieno il pubblico elegante accorso numeroso al Lirico.
Bravo anzi bravissimo Nino Rota!
Perché i non meno accattivanti Menotti e Wolf-Ferrari sono invece pressoché dimenticati?
Fulvio Stefano Lo Presti
24/10/2026
La foto del servizio è di Angelo Cucca.
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