|
Nobile e patetica. Anzi, selvaggia
Lo si potrebbe definire un “effetto Valchiria ”. Siamo nel 1813, ma Carlo Coccia precorre i tempi, scompagina le percezioni e per la sua Donna selvaggia escogita un secondo atto che sembrerebbe uscire da un'altra opera: un po' come accadrà nella Prima Giornata della Tetralogia , dove, dopo un trasognato primo atto di gemelli innamorati e inni alla primavera, veniamo catapultati in un proseguimento epico costellato da canti di guerra e divinità del Walhalla. In largo anticipo su Wagner, il “dramma eroicomico per musica in due atti” La donna selvaggia offre una fertile dissociazione tra la parte iniziale, all'insegna dell'intrigo macchinoso con ricadute tragiche, e la successiva in cui tutto si ricompone. E tuttavia, a sciogliere il nodo avviluppato di efferate calunnie e sbrigative vendette, sarà qui un escamotage di surreale comicità.
L'eroicomico era d'altronde un genere ormai obsoleto, all'inizio dell'Ottocento: Coccia, di fatto, preferisce declinarlo con gli ingredienti archetipici della pièce à sauvetage, affiancandoli alle giustapposizioni drammaturgiche del melodramma semiserio. Ne deriva un meccanismo insieme romanzesco e umoristico, dove una suprema dignità femminile davanti alle peggiori avversità si contrappone alla pochezza dei personaggi maschili (la cieca gelosia del marito, la tetragona bellicosità del fratello, l'anima nera dell'innamorato respinto), il tenore non funge da amoroso ma deus ex machina e il personaggio buffo (un paggio tanto di buon cuore quanto pavido) per una volta non risulta posticcio, ma perfettamente amalgamato all'intreccio. La mattatrice resta però sempre lei: la duchessa nobile e patetica del primo atto, poi costretta a nascondersi nella foresta, scambiata per belva data la pelle d'animale che la ricopre, insomma trasformata in donna selvaggia dagli eventi. E l'accorta versificazione di Giuseppe Foppa – un librettista che, quanto a spose denigrate e ambientazioni rupestri, ispirò a Rossini L'inganno felice e Sigismondo – contribuisce a rendere l'improbabile vicenda avvincente, divertente, perfino consequenziale.
A fare la differenza, però, è ovviamente la musica di Coccia: una musica che potremmo definire rossinista, se non fosse che nel 1813 Rossini era appena agli inizi della propria celebrità, e dunque fedele a un canto di coloratura inteso come vettore espressivo, vividamente contrastata sul piano dinamico-coloristico (il fatto che ci siano quattro voci gravi maschili non ingenera alcuna monotonia), di una complessità strutturale – soprattutto nel duetto tra i due coniugi – che sembra quasi anticipare certi traguardi del Rossini napoletano. A restituirci, in prima esecuzione moderna, quest'importante tassello del nostro preromanticismo operistico è stato il festival Il Belcanto Ritrovato: una rassegna – il baricentro è a Fano, senza escludere altre città di area pesarese e urbinate – che da cinque anni circumnaviga quell'amplissimo e negletto repertorio di sedicenti “minori” della generazione rossiniana, o di quella immediatamente successiva. Dopo aver riportato alla luce partiture di Generali, Ricci, Rossi e Pacini, questa riscoperta di Coccia è dunque un'altra medaglia da appuntare alla piccola ma intraprendente manifestazione marchigiana, che può ormai contare su una serie di affidabilissimi elementi: l'Orchestra Sinfonica Rossini (una realtà locale che cresce di anno in anno), il direttore Enrico Lombardi, alcuni giovani cantanti che ricorrono nei cast del festival.
Anziché sfruttare il bellissimo Teatro della Fortuna di Fano, quest'anno per La donna selvaggia si è preferito puntare su uno spettacolo all'aperto, nella Corte Malatestiana (come di consueto un'unica recita, il 25 agosto): spazio anch'esso oltremodo suggestivo, sebbene dalla resa acustica non altrettanto felice. Bacchetta saldissima, Lombardi ha comunque fatto in modo che l'appiombo complessivo non ne scapitasse, imprimendo un inesausto cesello dinamico (ma sì, usiamo pure il fatidico aggettivo: un cesello rossiniano) e vigilando sui cantanti con tempi comodi ma non diluiti. Certe farragini e paratassi drammaturgiche, strutturali in un melodramma semiserio, sono gestite con il nerbo e la scioltezza del vero concertatore-narratore; e se l'eterogeneità della partitura viene acuita dall'esaustiva edizione critica di Mario Varela Crespo, che propone anche brani di successive riprese dell'opera, un materiale musicale così composito diventa – nella direzione di Lombardi – veicolo per una lettura ancor più variegata e mordente.
Questa frastagliata ricchezza di sollecitazioni si riverbera nelle prove dei cantanti: la protagonista Martiniana Antonie trascolora dalle agilità di grazia alle agilità di forza, con la morbidezza del mezzosoprano quando incarna la nobildonna vittima e la grinta del contralto quando dà voce alla donna selvaggia; Paola Leoci sembrerebbe una puntualissima comprimaria nei panni ancillari della dama, salvo trasformarsi in “seconda donna” quasi mattatoriale nell'aria apocrifa – reintrodotta dall'edizione critica – scritta da un anonimo collaboratore di Coccia per una ripresa napoletana; Paolo Nevi mette la sua voce limpida e squillante al servizio di un ruolo più “etico” che “sentimentale” (il salvatore dell'eroina, senza bisogno di esserne innamorato), ma i suoi sopracuti sfoggiano un mix di accensione eroica ed estasi catartica che rimandano al tenore-amoroso del Bellini che verrà.
Ben differenziati i quattro bassi, di fatto due bassi e due baritoni: Alessandro Abis appare penalizzato da un'emissione un po' infossata, ma le sue colorature esprimono con efficacia la delirante gelosia di questo sposo tormentato e criminale; Zheng Wang abbozza un vilain stilizzato, tra il fiabesco e il fumettistico; Carlo Sgura dà voce morbida e corposa all'implacabile fratello-cognato; Matteo Torcaso è un “buffo parlante” di tinta chiara e con un'arte del porgere da gran dicitore. Simpaticamente sopra le righe lo sgherro di pelle nera di Timoteo Bene junior, da riascoltare in cimenti tenorili più significativi. Il coro, solo maschile, risulta un po' sottodimensionato – appena dieci elementi – per il peso che intende conferirgli Coccia, ma si ritaglia il suo spicchio di applausi (coristi del Teatro della Fortuna istruiti da Mirca Rosciani). La regia di Alessandro Brachetti privilegia – giustamente, dato il un plot così intricato – la chiarezza del racconto, schizza atmosfere gotico-grandguignolesche con garbata presa di distanza e si concede qualche controscena ironica. Giusto per ricordarci che, almeno nominalmente, è l'eroicomico il genere cui La donna selvaggia appartiene.
Paolo Patrizi
29/8/2026
La foto del servizio è di Luigi Angelucci.
|