RECENSIONI
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direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 


 

Il Graal arriva sui Balcani

La si definisca “dramma mistico”, secondo la lectio italiana, o Bühnenweihfestspiel – ovvero, alla grossa, “sacra rappresentazione scenica” – come scritto in partitura, un'opera come Parsifal sembrerebbe comunque congrua per una capitale come Sofia, storico crocevia di religioni e città famosa in primo luogo per le sue chiese. Tanto più stupisce, dunque, che la produzione in scena questi giorni sia la prima in terra bulgara.

Potrebbe anche trattarsi di una nemesi storica: se gli Stati Uniti violarono le disposizioni testamentarie di Wagner, effettuando quel che è passato alla storia come “il furto del Graal” (a New York nel 1903, con dieci anni di anticipo sulla liberalizzazione delle rappresentazioni del Parsifal fuori di Bayreuth, andò in scena un allestimento “pirata” dell'opera), l'imprinting antiamericano della Bulgaria, unito alla memoria dell'aberrante introiezione dell' èpos wagneriano da parte dell'estetica nazista, potrebbe aver portato alla reazione opposta e a lasciar passare oltre un secolo da quella scadenza. È solo un'ipotesi, naturalmente; e che uno dei massimi cantanti bulgari di tutti i tempi – Boris Christoff – sia stato un Gurnemanz, un Marke e un Pogner di levatura storica contribuisce ad acuire la contraddittorietà del quadro.

Comunque, meglio tardi che mai: tanto più che questo primo Parsifal bulgaro ha tutte le carte in regola, o quasi. Demiurgo dell'operazione è stato Plamen Kartaloff, sovrintendente dell'Opera di Sofia e regista dello spettacolo, che negli anni scorsi aveva già provveduto a far approdare nella capitale balcanica Tetralogia e Tristano . Consapevole di proporre a un pubblico ancora vergine questa metaopera stratificata nei suoi significati, Kartaloff sigla una regia ben leggibile ma scevra da didascalismi: a cominciare dalla metafora fallica della perdita e riconquista della lancia, qui né pudicamente criptica né smaccatamente sottolineata.

Ne derivano un impianto scenico rotante (ne sono autori Numen e Ivana Jonke) all'insegna dell'essenzialità, che si fa più “tecnologico” solo quando – si tratti dell'antro di Klingsor o degli allettamenti della Fanciulle Fiore – entra in scena il Male; una programmatica rinuncia alla verosimiglianza, ora in senso antinaturalistico (il cigno ucciso da Parsifal è una diafana danzatrice) ora ricorrendo a un realismo esasperato e, dunque, tanto più irreale (la piaga di Amfortas assume un retrogusto splatter); infine, una lettura limpidamente evangelica, senza ulteriori sottotesti filosofici, del messaggio dell'opera, con la metafora del “pescatore di uomini” ben riassunta dall'immagine sciabordante di un'ideale, stilizzatissima barchetta. All'interno di tale scatola scenica i cantanti si muovono con scioltezza, attraverso una recitazione parca, a tratti oratoriale, ma non monotona: ed è un altro merito della regia.

Se quello di Sofia era un pubblico vergine, pure orchestrali e coristi si trovavano al loro primo Parsifal: si è cercato d'insufflare maggior confidenza affidandosi a un direttore ancor giovane, ma già di lungo corso wagneriano, come Constantin Trinks. I risultati sono stati splendidi per il coro e, per l'orchestra, felici in termini di amalgama e precisione, ma un poco meno sul piano dell'idiomaticità (esiste, d'altronde, un suono idiomatico per il Parsifal?). L'obiettivo, si direbbe, era una lettura “sanamente” tradizionale: lontana da tentazioni estetizzanti, incline più alla severità che al lirismo, dove la dialettica tra ombra e luce fosse ben percepibile, ma a leggero vantaggio della prima. E la cosa, in sé, va benissimo: anche se un basso incline al bass-baritone come Angel Hristov e un baritono con qualche tentazione tenoreggiante come Atanas Mladanov, il cui Gurnemanz e il cui Amfortas restano comunque i due elementi di maggior spicco della serata, avrebbero forse tratto miglior partito da una timbrica orchestrale più trasparente.

Hristov è, appunto, un Gurnemanz di alto profilo. Il più lungo (ma virtualmente anche più noioso) ruolo per basso mai concepito da Wagner, con le sue tirate interminabili, acquista con lui una formidabile varietà d'espressione: ovvero gran declamato, com'è necessario, ma pure gran fraseggio; e corroborato, nelle frasi più ampie, da un “legato” che non è merce comune nei cantanti wagneriani più tradizionali. Appena un gradino sotto, Mladanov è un Amfortas insieme semplice e doloroso, capace di trasmettere tutto il senso di umiliazione della sua sconfitta, ma senza isterismi né eccessi di sottolineatura. Ed è piacevole ascoltare – una volta tanto – un Titurel di voce sepolcrale, sì, ma anche scolpita e sonora, qual è quello plasmato da Petar Buchkov. Più prevedibile la ferocia del Klingsor di Biser Georgiev, con il suo canto gagliardamente timbrato e robustamente declamatorio: spesso a prezzo, però, di varie forzature d'emissione.

Kundry è un ruolo impossibile per ampiezza di estensione, e non si può certo incolpare Radostina Nikolaeva se mette a fuoco l'anima contraltile del personaggio meglio di quella sopranile. Semmai converrà sottolineare la sua compenetrazione interpretativa: la capacità di ritrarre, nel canto come nella recitazione, una donna-belva braccata e masochista, icastica nei tormenti piuttosto che nella seduttività. Quanto al protagonista, Kostantin Andreev è un Parsifal più lirico che drammatico, quanto a complessione vocale, ma più epicizzante che interiorizzato nel taglio interpretativo. Da tale sbilanciamento di pesi e contrappesi scaturisce, forse inevitabilmente, un'intonazione periclitante. D'altronde con Wagner è sempre il tenore l'anello debole della catena: a Sofia come a Bayreuth.

Paolo Patrizi

8/7/2017

Le foto del servizio sono di Svetoslav Nikolov.