RECENSIONI
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L'orologio della vita

torna Cucù all'Istrione di Catania

La rassegna Così è se vi pare del Teatro L'Istrione di Catania, diretta da Valerio Santi, ha riproposto al pubblico, dal 15 al 17 febbraio, l'atto unico Cucù di Francesco Romengo, già andato in scena al Teatro Machiavelli della nostra città nel marzo del 2016. Si tratta di un testo che meritava certamente una ripresa, oggi più che mai, in tempi di una crisi economica che annienta l'esistenza di tante persone che in un umile lavoro e in una piccolissima abitazione trovavano di che campare, portando avanti una vita se non agiata, almeno minimamente dignitosa.

Con un linguaggio asciutto, immediato, intriso di un siciliano mai debordante, ma sempre di facile e intuitiva comprensione, Cucù narra la storia di due poveretti, un orologiaio e il suo garzone, legati tra loro da un legame simbiotico, simboleggiato dalle giacchette cucite per un lembo, forse omosessuale, ma senza dubbio profondamente affettivo: vedovo il garzone, orfano l'altro di una madre oppressiva, che ha segnato la sua vita confinandolo non solo fisicamente, ma soprattutto psicologicamente, nel sottoscala occupato abusivamente che funge da bottega, abitazione e soprattutto rifugio dalla violenza del sociale e dalle sue tentazioni, conducono una vita di ricordi e di miseria, che tuttavia ha trovato un equilibrio, fino a quando un'ingiunzione di sfratto li condanna ad abbandonare per sempre la loro tana, scaraventandoli di fatto in un mondo che non gli appartiene più e al quale sono senz'altro inadeguati. Alla disperazione iniziale segue un lungo viaggio nella memoria, guidato dal garzone, catarsi dal mondo dell'infanzia e dei primi amori, grazie al quale l'orologiaio, non più tentato dal suicidio, acconsentirà a gettarsi nel mondo, magari dando una nuova possibilità alla sua esistenza.

Un lavoro breve ma intenso, affidato alla mimica e alla gestualità di Nicola Notaro e Gabriele Zummo, che hanno dominato il palcoscenico rendendo le loro movenze parte stessa della scena, del dramma, della rievocazione: i due attori sono riusciti a recitare con la voce e col corpo insieme, in un'amplificazione semantica ora comica ora di una tenerezza indicibile, ma sempre malinconica, triste, rassegnata. La regia, curata dallo stesso Francesco Romengo, trovava nei pochi elementi che la delimitavano, un'insegna al neon, un'icona illuminata, simbolo perenne della madre tirannica, un telefono unico aggancio col mondo, tutta la valenza simbolica di un dramma non tanto e non solo economico, ma soprattutto psicologico: il dramma della miseria isolante, che condanna l'individuo a rifugiarsi come un animale braccato in una tana che è tutto il suo mondo, un mondo popolato di fantasmi, di ricordi, di divieti ancestrali, di moniti contro il peccato che gli impediscono di godere anche delle poche occasioni che l'esistenza gli getta incontro.

Su questo quadro desolante ma umanissimo, un ottimo disegno luci dava ulteriore rilievo alla plasticità delle movenze degli attori, quasi congelandole in un tempo sospeso, scandito dalle musiche di Arvo Part e di Edith Piaf, nostalgiche e dolorose musiche da strada che, ieri come oggi, punteggiano e accompagnano un'esistenza senza domani.

Giuliana Cutore

18/2/2019