RECENSIONI
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direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 


 

A Firenze Wozzeck nostro contemporaneo

Sin dall'apertura del sipario, Deborah Warner evidenzia la condizione di Wozzeck, vittima designata della società, preda di una incurabile nevrosi. Costretto a pulire le latrine della caserma, nella visione della regista britannica appare ancor più degradato e debole, bersaglio facile dello scherno dei soldati. La circolarità del dramma che Alban Berg trasse dal capolavoro di Georg Büchner, costruita sul parallelismo fra il primo e il terzo atto, appare chiara quando il bambino, ormai orfano dei genitori, viene deriso dai suoi coetanei. La storia è destinata a ripetersi. Al destino non si può sfuggire, mentre la libertà è una fallace chimera. La ripresa fiorentina dello spettacolo londinese, creato per il Covent Garden nel 2023, convince pienamente, anche nella scelta formale di presentarlo senza intervalli, come un atto unico drammaturgicamente perfetto e indirizzato verso la sua tragica conclusione. Grazie a un efficace uso del velario, i mutamenti di ambientazione scorrono rapidi, senza interrompere l'azione. All'ingresso in sala del pubblico il palcoscenico aperto mostra un via vai di soldati mentre assolvono ai propri bisogni corporali nelle latrine. Il sistema militare è pensato per la sadica violenza e per l'abbrutimento dell'essere umano. Nella seconda scena il rosso scarlatto prefigura il sangue che tingerà la conclusione. Alberelli esili scendono dall'alto e restano sospesi nel vuoto a simboleggiare il mistero della natura, nella quale Wozzeck si sente smarrito. Nell'immensità del creato, egli percepisce la propria solitudine, sente il peso di una persecuzione dalle proporzioni cosmiche: “Credo che se andassimo in paradiso, saremmo costretti a dare una mano per far tuonare!” E ancora: “c'è soltanto un riflesso rosso a occidente, come d'una fucina: a che cosa ci si può sostenere?”

In uno spettacolo di essenziale pregnanza, coadiuvato dalle scene di Hyemi Shin, la Warner riesce a veicolare l'antagonismo fra poveri e ricchi, il crudele condizionamento della società. Büchner, del resto, rifiutava totalmente l'idealismo e la fiducia neoilluministica per sposare una visione priva di utopie. Le scene nella camera di Marie richiamano le architetture del cinema espressionista, con i palazzi tristi e grigi a ospitare misere esistenze. Wozzeck “corre per il mondo come un rasoio aperto”, perché non trova requie. L'episodio del dottore viene ambientato in una camera mortuaria, ad accentuare la crudeltà degli esperimenti ai quali Wozzeck viene sottoposto, degradato ormai a cavia umana. Un cadavere coperto da un lenzuolo evoca l'idea di una società appena emersa da un conflitto sanguinoso, fatta a pezzi e pronta a gettarsi in un altro ancor più devastante. Nella scena con il dottore e il capitano, il palcoscenico girevole mima l'idea dell'irrequietezza costante. Si può scappare, ben sapendo che ogni fuga è inutile. I balli da osteria parlano di un'umanità sconvolta, dedita ai suoi ultimi bagordi prima della fine. Dalla musica grondano brandelli di modi popolari, come nelle sinfonie-mondo edificate da Gustav Mahler. Elementi eterogenei vorticano in una ridda di medievale terrore, e forse non è un caso che Palazzo Strozzi ospiti attualmente una mostra sull'importanza del frammento nella storia dell'arte, presenza vitale che continua a interrogare il nostro problematico presente. Di enorme forza emotiva l'uccisione di Marie, con le tonalità del rosso a divenire sempre più intense man mano che il climax si avvicina. D'obbligo sottolineare a questo punto l'uso magistrale delle luci da parte di Adam Silverman. Efficaci, infine, i costumi di Nicky Gillibrand, improntati a una opaca contemporaneità. Wozzeck è un testo sempre attuale, per le sue implicazioni sociali e per la lucidità con la quale si immerge nei lati oscuri dell'anima. Deborah Warner, se possibile, riesce a farcelo sentire ancora più vicino. La sua lettura rende tangibile l'emarginazione, la differenza sempre più tragica fra chi ha molto e chi non ha nulla, l'assenza di qualsiasi speranza. Resta la fragile fiammella della compassione. Nostro dovere alimentarla affinché non si estingua, per sempre.

Riguardo l'esecuzione un plauso merita Thomas Guggeis, al timone di una partitura particolarmente impervia. Il giovane direttore tedesco riesce nell'ardua impresa di mostrare le nervature più intime del perfetto congegno ideato da Berg, senza perdersi in algide elucubrazioni. La sua interpretazione è densa e trascinante, lirica e squarciata da sciabolate espressioniste, sempre colma di forza emotiva. Cast di solida complessione musicale e attoriale. Wolfgang Koch è un Wozzeck toccante nella sua fragilità sconvolta da folate di pazzia, pur senza avere un timbro particolarmente personale, né un volume molto ampio. La lettura registica lo presenta come una vittima designata, quasi immune da qualsiasi tentazione ribelle. Anja Kampe incarna una Marie subito pentita dei suoi sensuali cedimenti, sconvolta da una situazione senza via d'uscita. Nei momenti lirici la voce trasuda dolore, mentre nelle impennate di disperazione rasenta il grido espressionista. Wolfgang Ablinger-Sperrhacke è un capitano di grande mestiere ma dal timbro un poco usurato, alla cui resa giova l'accento scaltro e colmo di ironia. Molto valido il dottore di Clive Bayley, sadico nei confronti di Wozzeck ma mai eccessivamente caricaturale. Muscolare come si conviene il tamburmaggiore di Ian Koziara, discreto l'Andres di Sam Furnes, dalla vocalità eccessivamente esile. Apprezzabili gli altri, fra i quali ricordiamo il pazzo di Dafydd Jones e la Margret di Helena Rasker. Ottima la prova del Coro del Maggio, preparato da Lorenzo Fratini, buona quella del coro di voci bianche. Sala piena, grande successo e applausi per tutti in occasione della terza e ultima recita del tre ottobre scorso.

Riccardo Cenci

5/10/2026

La foto del servizio è di Michele Monasta.